Terzo settore, ecco perché c’è davvero bisogno di una riforma

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Non profit, terzo settore, volontariato… che confusione! E’ un mondo osannato ma in realtà molto variegato, dove oggi non conta “cosa fai” ma solo “chi sei”. E in cui nessuno sa davvero chi e quanti sono i volontari. Da Renato Frisanco una piccola guida per capire meglio.
ROMA – C’è chi fa il cooperante nei progetti di solidarietà internazionale, c’è chi fa il servizio civile nazionale, c’è chi ogni mese fa una donazione a favore di un’associazione: tutta brava gente, certo, ma non chiamateli “volontari”, perché il volontariato – quello vero – è un’altra cosa. E, per piacere, non chiamate “volontario” neppure il Silvio Berlusconi in queste settimane alle prese con una pena alternativa al carcere: quello non è volontariato e tale non deve essere chiamato. I volontari, quelli veri, sono certamente tanti; quanti però non è così facile saperlo. Per almeno due ragioni: intanto perché è piuttosto difficile definire con precisione il ruolo e le caratteristiche del volontario, e poi perché anche gli istituti di statistica e di ricerca che hanno provato a contarli (e sono molti, dall’Istat al Censis, passando per Doxa, Abacus, Eurisko…) hanno commesso una marea di errori.
l volontariato, insieme all’associazionismo, alla promozione sociale, alle imprese sociali, alle cooperative sociali, al terzo settore tutto, a quello che viene chiamato “universo del non profit”, è tornato in queste settimane di attualità in coincidenza con l’avvio dell’iter legislativo di riforma del terzo settore. Il governo ha approvato in Consiglio dei ministri e trasmetterà presto al Parlamento il testo del disegno di legge delega su una riforma attesa da almeno due decenni. E alla base di tutto questo programma c’è anzitutto un’esigenza: quella di “separare il grano dall’oglio” –come si leggeva nelle Linee guida pubblicate dal premier Matteo Renzi a metà maggio-, cioè quello di definire e avere chiare le moltissime (e inevitabili) distinzioni fra i vari soggetti che animano questo mondo. E, in verità, non solo fra i soggetti ma anche sulle attività svolte, perché è importante non solo il “chi fa”, ma anche il “cosa fa”, il “come lo fa” e il “perché lo fa”.
Un aiuto per leggere meglio questo processo ce la fornisce Renato Frisanco, ricercatore della Fondazione Roma-Terzo settore (e autore del libro “Volontariato e nuovo welfare”), che al recente seminario “Miseria e nobiltà” organizzato a Roma da Redattore sociale ha offerto una riflessione sul tema, con alcune “dritte” per masticare meglio l’intera questione. Per spiegare, ad esempio, il motivo per cui secondo alcuni nel nostro paese ci sarebbero quattro milioni di volontari e secondo altri ben tredici milioni; per spiegare meglio perché “non profit” e “terzo settore” possono (o non possono) essere considerati dei sinonimi; per far capire che cosa unisce e che cosa divide il gruppo di volontariato impegnato nel doposcuola dei bimbi svantaggiati di un quartiere a rischio e l’Università Bocconi, la Confindustria, i partiti politici, i sindacati, le congregazioni religiose, tutte realtà – queste – che operano nel vasto campo del “non profit” ma che evidentemente sono diverse sono molti punti di vista.
Una guida, dunque, per scoprire – o per fissare meglio nella memoria – che il volontario, quello vero, è solo chi si fa carico in modo gratuito di qualcun altro o di un qualcosa che è un bene comune, e dunque mette insieme nella sua azione la gratuità e la solidarietà. E per riflettere sul fatto che oggi i requisiti principali usati per delineare le organizzazioni del non profit fanno riferimento solo a “chi sono” questi attori, ma non a “cosa fanno”, al “perché lo fanno” o al “come lo fanno”. Spunti e riflessioni che rappresentano un prezioso aiuto nella comprensione della situazione attuale e del perché c’è bisogno – davvero – di una riforma del terzo settore.

Fonte: www.redattoresociale.it