Nuovo welfare, volontariato e sistema 266: dibattito e confronti

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Cambia il concetto di società, di giustizia sociale e di partecipazione. Con la crisi, inoltre, crescono i disagi sociali e diminuiscono le risorse a disposizione delle istituzioni, delle famiglie, delle imprese e del Terzo Settore. È giunto il momento dunque di pensare al futuro e di costruire un modello di welfare “misto e plurale”, “integrativo e innovativo”, che dia risposte là dove il primo welfare non è stato capace di fare.

Per dirla come Rosangela Lodigiani, del centro di ricerca WWELL dell’università Cattolica di Milano, nei prossimi anni «dovremo essere capaci di uscire da una dimensione puramente economica e parziale, per valorizzare il tessuto dei legami sociali dando risposte innovative ai nuovi bisogni». Tutti i soggetti, compreso il volontariato, devono compiere questa «svolta culturale».

A partire da questo scenario ha preso il via, lo scorso 4 dicembre 2013 nella sede dell’Acri a Roma il seminario “Nuovo Welfare, Volontariato e Sistema 266” promosso dalla Consulta dei Comitati di Gestione dei Fondi Speciali per il Volontariato.

È finita l’era del primo welfare e oggi tutti – fondazioni, volontariato, Terzo Settore, CSV e Co.Ge – siamo chiamati ad interrogarci su questa tematica, come ha chiarito nel suo intervento il presidente dell’Associazione delle Fondazioni Bancarie, Giuseppe Guzzetti. «Nel sistema della Legge 266 – ha spiegato – i Co.Ge hanno svolto sempre positivamente il ruolo di garanti e vigilanti del sistema. Lo sono stati quando, in una prima fase, le risorse erano abbondanti e lo saranno anche oggi che i fondi si sono drammaticamente ridotti».

Il presidente Acri, citando la definizione del nuovo accordo biennale siglato ad ottobre, ha ricordato l’impegno delle Fondazioni di «mantenere una linea di responsabilità e di collaborazione con gli tutti gli stakeholders» coinvolti. Per continuare a garantire l’efficienza del sistema «è necessaria la collaborazione da parte di tutti gli interlocutori»: deve essere superata ogni forma di contrapposizione; bisogna coinvolgere tutti nelle diverse fasi della progettazione; va valorizzato il ruolo dei cittadini nelle attività di volontariato.

La voce delle organizzazioni di volontariato è giunta con l’intervento del presidente del Movimento di volontariato italiano (Movi), Franco Bagnarol che ha messo in evidenza la necessità di «interrogarsi su cosa sia cambiato nel mondo del volontariato». «Il volontariato – ha spiegato – ha preso atto della crisi: gratuità e creatività possono essere le parole chiave per alimentare una rete di volontariato leggero capace di tessere rapporti sociali, mettere al centro la qualità della vita, rilanciare una democrazia paritaria, rivedere gli stili di vita su temi come la sostenibilità ambientale e generazionale».

Dal volontariato giungono proposte concrete. È richiesta, per esempio, una nuova strategia in cui le risorse siano orientate verso la promozione e la valorizzazione del capitale sociale delle azioni di volontariato; si propone una società inclusiva; così come si suggerisce di evitare il “finanziamento a pioggia” e di sostenere alcuni progetti scelti in base alla loro capacità di riqualificare la vita in settori determinanti; si chiede infine di passare da un sistema organizzato per bandi a tavoli di concertazione.

Forse, come ha detto provocatoriamente Guido Memo, direttore della rivista Non per profitto, è giunto il momento di ripensare alla Legge 266 del 1991. «Nonostante la crisi il volontariato è in crescita; si contano 1 milione e mezzo di volontari in più rispetto a pochi anni fa, e proprio la solidarietà che si sta registrando tra i cittadini sarà la chiave che ci farà uscire da questa drammatica crisi. I cambiamenti nel mondo del sociale sono lenti, ma di questo mutamento culturale cogliamo già i segni». Per il futuro sarà importante l’aiuto anche da parte del pubblico.

«Vi sono proposte di cambiamento della L. 266/91 – ha fatto notare Cristina De Luca, presidente del Co.Ge Lazio –, ma la situazione è troppo complessa. Il nostro compito ora è di muoverci entro i termini consentiti dalla Legge rispondendo alle nuove esigenze delineate nel Secondo Welfare».

In quest’ottica anche il rapporto Co.Ge – CSV deve essere vissuto nel pieno della collaborazione e della responsabilità e fiducia. I Co.Ge sono dunque chiamati a «controllare con spirito collaborativo, cosicché i CSV lavorino davvero a supporto delle Odv». Anche il rapporto Co.Ge – Fondazioni conferenti sul territorio deve muoversi entro i binari della corresponsabilità e del dialogo. «Da quando la Legge 266 è stata scritta molto tempo è passato, tutti noi siamo cambiati e cresciuti insieme – ha aggiunto la presidente –: dobbiamo riuscire a coinvolgere in questo processo anche i CSV. Rigore e controllo si possono affiancare a fiducia e propulsione. I Co.Ge e i CSV possono essere i puntelli sui quali il volontariato può appoggiarsi per essere attore del cambiamento».

 

Al seminario di Roma era presente anche il vicepresidente di Acri, Antonio Miglio, che ha ricordato l’impegno di tutti, fino al 2015, come definito nell’ultimo accordo triennale firmato recentemente, a «definire i reali bisogni del volontariato a seconda delle specificità territoriali». In questo i Co.Ge avranno un ruolo importante: «a loro spetterà il compito di raccogliere le proposte che verranno poi ridiscusse in sede centrale». Nell’accordo inoltre è stato definito un nuovo spazio per la progettazione sociale: «qui Co.Ge, CSV e Fondazioni – ha aggiunto – saranno chiamati a lavorare insieme. In questo modo le Fondazioni saranno più coinvolte e tutte le componenti del sistema lavorando insieme potranno anche conoscersi meglio».

Già a partire dalla seconda metà del 2014, secondo il presidente della Commissione volontariato dell’Acri, Massimo Giusti, Fondazioni, Co.Ge e CSV si dovranno «sedere al tavolo, a prescindere dalle risorse disponibili, per riflettere sul valore del “quindicesimo” e dei Co.Ge. Abbiamo tutti maturato esperienza e capacità ed è giunto il momento di far nascere le cose migliori», visto che «anche nel periodo di maggiore tensione, siamo riusciti a trovare le soluzioni migliori».

Il dibattito è proseguito con Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione con il Sud, che ha testimoniato il metodo di lavoro “a rete” che ha portato al finanziamento di progetti e attività sul territorio. Di sinergia tra tutte le risorse presenti sul territorio e di ricerca di nuove risorse all’esterno del sistema del volontariato ha parlato Marcello Mataloni (Marche), mentre il vicepresidente della Consulta Co.Ge, Lorenzo Maria Di Napoli, ha messo in evidenza i punti di debolezza e di forza dei Co.Ge e dei CSV: per il futuro – ha spiegato – occorrerà puntare a rendere sempre più efficace il lavoro dei CSV, che devono continuare ad essere a stretto contatto con i volontari attraverso i propri operatori che vanno sempre più formati, e dei Co.Ge. Il seminario si è concluso con le esperienze di Luigi Bottazzi del Co.Ge Emilia-Romagna che ha sottolineato la necessità di valorizzare e coordinare meglio le rappresentanze del volontariato nell’ambito dei Co.Ge. e Vito Puccio presidente del Co.Ge Sicilia che ha sollecitato una maggiore attenzione del contesto istituzionale per l’essenziale lavoro svolto dai Co.Ge. e ha evidenziato l’opportunità che, soprattutto in questa fase di criticità per il sistema, i Co.Ge. e i CSV dialoghino tra loro sulle prospettive da perseguire e sul lavoro che dovrà essere fatto in futuro.

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