Non autosufficienza e prima infanzia. Quei 730 milioni (quasi) fermi al Sud

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A più di un anno e mezzo dall’avvio al Piano d’azione Coesione, nelle regioni dell’obiettivo Convergenza (Campania, Sicilia, Calabria e Puglia) sono state autorizzate solo il 10 per cento delle risorse. Il perché dei ritardi e l’ipotesi di apertura dei fondi al terzo settore.
ROMA – Tre anni per spendere 730 milioni di euro nei servizi per la prima infanzia e la non autosufficienza, ma a poco meno di un anno e mezzo dal termine del progetto le quattro regioni del Sud Italia dell’obiettivo Convergenza sono riuscite ad utilizzare solo un decimo delle risorse a disposizione. È questo lo stato dell’arte del Pac, il Piano d’azione Coesione nato da un’intuizione dell’allora ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca che insieme al ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri hanno dato nuova vita a fondi europei inutilizzati. Il Pac, infatti, nasce da una riprogrammazione di fondi europei strutturali che ha permesso di convogliare queste risorse in un piano nazionale con l’obiettivo di appianare il divario esistente tra il Sud Italia e il resto del territorio nazionale in merito ai servizi sulla prima infanzia e la non autosufficienza.
I fondi attualmente assegnati sono 77 milioni di euro e non una decina come denunciato in queste settimane dal mondo del Terzo settore. Circa un centinaio invece, i piani approvati. Ma a rallentare la macchina del Pac non è stata la tanto temuta “lentezza della burocrazia”. A raccontare nel dettaglio a Redattore sociale le difficoltà incontrate dal ministero dell’Interno nell’assegnazione delle risorse è il prefetto Silvana Riccio, responsabile dell’autorità di gestione, incardinata proprio negli uffici del Viminale. “Non sono stati spesi solo 10 milioni – spiega il prefetto Riccio a Redattore sociale -. Questa è una notizia falsa. I dati li abbiamo solo noi e noi abbiamo autorizzato a spendere circa 77 milioni di euro”. Tanti, rispetto a quelli stimati dal terzo settore, ma pur sempre una piccola percentuale rispetto al totale e difficili da spendere considerato che il piano termina nel 2015. Ma le difficoltà più grandi l’autorità di gestione le ha incontrate proprio nei comuni e nella loro difficoltà di elaborare piani ammissibili. Difficoltà che hanno richiesto un lavoro di tutoraggio da parte del ministero e che inevitabilmente ha rallentato l’iter del Piano.

Perché non darli al Terzo settore? I ritardi accumulati dal Pac non hanno lasciato indifferenti le organizzazioni di terzo settore, che a più riprese hanno chiesto di aprire i fondi anche alle associazioni presenti sui territori. Seguendo il modello della Fondazione con il Sud, una realtà che attraverso fondi provenienti da fondazioni di origine bancaria da circa sette anni ha finanziato progetti al Sud Italia per circa 100 milioni di euro. Per Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione con il Sud, l’apertura alle organizzazioni del terzo settore potrebbe essere la strada buona per sbloccare i fondi. “Il ministero – spiega Borgomeo -, avendo a disposizione risorse pazzesche per infanzia e anziani non autosufficienti non ritiene di fare dei bandi rivolti alle organizzazioni di terzo settore. Perché non fanno dei bandi rivolti alle organizzazioni di terzo settore che fanno questo da una vita? Mi mangio le mani quando ho sotto gli occhi decine e decine di progetti ben fatti che non si possono finanziare”.

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